Lo Stambecco sulle Alpi Italiane
Lo Stambecco è comparso nell’Europa meridionale, proveniente da nord, con le grandi glaciazioni e a seguito del ritiro dei ghiacciai è rimasto poi presente sulle sole vette alpine. Un animale robusto, imponente, abitatore delle quote estreme tra rocce e rade praterie alpine, grande arrampicatore, riesce a sfruttare al meglio le poche risorse vegetali presenti ricche di fibre grezze.
Lo Stambecco è sempre stato preda ambita fin dall’antichità, soprattutto per l’importante risorsa alimentare che rappresentava (anche il cacciatore Ötzi, 4.000 anni fa, portava con sé, sulle montagne del Similaun, carne di Stambecco essiccata), ma anche per credenze che attribuivano capacità terapeutiche miracolose a varie parti del suo corpo. Tra fine ’700 e inizio ’800 lo Stambecco alpino era pressoché estinto, sopravvivendo in un’unica piccola popolazione sul massiccio del Gran Paradiso.
Le cause determinanti di questo esteso declino si possono individuare nel consistente ed incontrollato prelievo aumentato con la diffusione delle armi da fuoco, il forte incremento della pastorizia e della pratica dell’alpeggio con frequenti contatti e contagi con gli animali domestici.
Nella prima metà del 1800 si ha prova della presa di coscienza della situazione. Nel 1821, il Re Vittorio Emanuele II emanò il divieto di caccia alla specie e successivamente istituì la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso, poi divenuta, nel 1922, Parco Nazionale. Contemporaneamente iniziò la fondazione della nuova colonia nella Riserva Reale di Caccia di Valdieri-Entraque nelle Alpi Marittime. Nel 1875 la Confederazione Elvetica con un provvedimento legislativo assume l’impegno a reintrodurre la Specie.
All’inizio del XX secolo la colonia del Gran Paradiso contava già circa 4.000 individui e da lì partì la ricolonizzazione di tutto l’arco alpino, alla quale contribuirono in maniera determinante i diversi progetti di reintroduzione attuati nel corso degli ultimi decenni, tanti dei quali promossi o attuati con la collaborazione determinante dei cacciatori alpini.
Grazie alla lungimiranza di vari Enti locali e la disponibilità di studiosi e volontari oggi lo Stambecco sulle Alpi non è sicuramente più in pericolo di estinzione. La specie, pur non occupando tutto il suo areale potenziale, è distribuita su tutto l’arco alpino, dalle Alpi Marittime alle Alpi Carniche e è presente in tutti i Paesi alpini. Dei quasi 48.000 capi stimati nel 2008, il 33% è presente in Svizzera, il 33% in Italia, il 18% in Francia, il 14% in Austria, lo 0,8% in Germania e lo 0,6% in Slovenia. Sull’area alpina italiana sono presenti circa 20.000 capi, con un incremento annuo costante negli ultimi decenni, distribuiti in un sessantina di colonie. Le popolazioni di dimensioni maggiori si concentrano in sei provincie: Cuneo, Torino, Aosta, Sondrio, Bergamo e Bolzano.
La normativa europea annovera lo Stambecco fra le specie per le quali è possibile un prelievo venatorio sulla base di un piano di gestione. In Austria e in Svizzera ormai da diversi decenni, visto l’incremento delle colonie, è stata avviata una gestione venatoria della specie con un tasso di prelievo che in Svizzera è stato programmato fra il 5 e il 6% consentendo un significativo incremento numerico degli effettivi. Un contenuto prelievo viene eseguito anche in Slovenia. In Svizzera dal 2000 in poi sono stati prelevati una media superiore ai 1000 capi l’anno.
In Italia lo Stambecco non è inserito fra le specie cacciabili, anche se, ai sensi della Legge 157/92 una modifica dell’elenco delle specie cacciabili è possibile con semplice atto del Presidente del Consiglio dei Ministri. In provincia di Bolzano, in base al D.L. 240/2016 (Norma di attuazione dello Statuto speciale per la Regione Trentino Alto Adige) è stato recentemente elaborato un piano sulla base del quale si è avviata una gestione venatoria della specie.
UNCZA ha promosso da tempo un programma di studio e sensibilizzazione affinché lo Stambecco sia inserito fra le specie cacciabili e si possa così avviarne la gestione, in particolar modo nelle Regioni in cui sono presenti colonie di consistenza biologicamente adeguata, interessando tra l’altro del problema anche l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che ha da tempo dato il suo parere favorevole. Lo sfruttamento di una risorsa naturale quale la fauna selvatica, nella misura in cui non genera danni alla specie interessata, cosa ovvia in questo caso visto i numeri di presenza, è da considerarsi del tutto legittimo, come è chiaramente scritto nelle norme internazionali di tutela della natura. Peraltro il prelievo venatorio di una specie faunistica da parte dei cacciatori, adeguatamente formati, è sempre automaticamente accompagnato da un attento monitoraggio della specie medesima. Con il crescere dell’interesse venatorio aumenta pertanto anche la necessità di una continua, puntuale conoscenza dello stato della popolazione, della sua struttura, dell’eventuale presenza di malattie ed ad altri problemi. Sotto il profilo della conservazione infatti, pur a fronte di un’assenza di pericoli di estinzione, sarebbe auspicabile, secondo il mondo scientifico, una particolare attenzione verso una precisa conoscenza attraverso un monitoraggio costante della situazione, oltre che un investimento per la colonizzazione degli areali non coperti affinché si possa giungere, su tutto il territorio idoneo, ad un collegamento fra tutte le colonie. Ciò può essere possibile con la presa di coscienza da parte dell’Ente Pubblico dell’importanza del problema, ma soprattutto con il coinvolgimento attivo della forza lavoro qualificata data dalla componente venatoria, presenza determinante del successo avuto anche in passato in progetti faunistici analoghi. Screenshot[/caption]

