Sant’Uberto
Patrono dei cacciatori

Di Sant’Uberto sappiamo con sicurezza storica che fu vescovo di Tongres-Maastrich dal 703 al 727 dell’era volgare. Era discepolo di S. Lamberto martire e fu suo successore sulla stessa cattedra vescovile. Evangelizzatore degli ultimi pagani nel Brabante e nelle Ardenne, il suo culto si sviluppò subito in quelle zone e ne fu fissata la festa il 3 novembre, anniversario della traslazione delle reliquie nel monastero di Andage (avvenuta nel 743) per ordine del maestro di Palazzo Carlomanno. Lo stesso monastero prese poi il suo nome. Il culto si è diffuso prima nel Belgio, nel Lussemburgo, nei Paesi Bassi e poi in Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. In suo onore nacquero pure una confraternita e un ordine cavalleresco. Come succede per i santi molto popolari, anche sulla vita di S. Uberto fiorirono le leggende. La prima e la più conosciuta è quella del cervo, recante tra le corna la figura del crocefisso, che sarebbe apparso al santo nel corso di una battuta di caccia nella foresta delle Ardenne. Nota acutamente E. Brouette in “Vite dei Santi”, che quello del cervo è un tema agiografico molto antico, attribuito anche a S. Eustachio di Tivoli. E soggiunge che i cacciatori non hanno scelto S. Uberto come loro patrono in virtù di questo episodio leggendario, giacché la loro devozione era senz’altro precedente. Per estensione S. Uberto viene considerato pure patrono dei cani contro la rabbia. Tale devozione risale al secolo XII.

V.C.

Poco più di un decennio fa l’allora parroco della chiesa di Vigo di Ton (TN) rovistando nella soffitta della chiesa parrocchiale affidata alle sue cure, ha trovato due edicole di legno elegantemente dipinte. La prima contiene sottovetro la reliquia consistente in un osso con cartiglio che riporta il nome del santo. Sulla seconda, architettonicamente sorella, è dipinta la provenienza della reliquia stessa. Il testo, in latino, così recita: “Reliquia insigne di S.Uberto martire, data in dono da sua Santità il Pontefice Innocenzo Undicesimo a Giuseppe Mattia Leopoldo, nobile signore dei Thun, cavaliere del S.R. Impero, alunno del Collegio Germanico di Roma nell’anno 1688 ed esposta al culto pubblico nell’anno 1691”. Dopo la riscoperta la reliquia è stata collocata nell’abside della chiesa.

Vittorio Amedeo Rapous (1728-1789), Sant’Uberto.
Cappella di Sant’Uberto, Palazzina di Caccia di Stupinigi.

Testo C.Zanini

La sacra edicola del cacciatore

L’ultima grande scultura di Luciano Carnessali: un grande artista, prete di montagnae cacciatore romantico.

Il 25 agosto del 2002, è stata infissa su un enorme masso granitico in Val Ambiez nelle Dolomiti di Brenta, una grande lastra bronzea, scolpita ad altorilievo, opera di don Luciano Carnessali, che meno di un anno dopo perdeva tragicamente la vita in un incidente stradale durante uno dei suoi consueti viaggi di rientro dalla fonderia veronese di fiducia.
Luciano Carnessali nasce a Godenzo, frazione del Comune di Comano Terme (TN) il 18 aprile 1928 e fin dai primi anni di scuola appare in lui il dono della particolare capacità artistica, che poi svilupperà negli anni, accomunandola alla sua vocazione religiosa che lo portò a diventare sacerdote nel 1955.
Accanto alla sua azione di apostolato, interpretata con una profonda dote di umanità che lo ha visto prete per quasi cinquant’anni di due piccoli paesini di montagna, sviluppa la sua inclinazione artistica, prima in forma autodidattica, poi con studi specifici. Amico di Fortunato Depero, conosciuto nei primi anni 50, di cui diverrà oltre che amico anche confessore, è attratto dalle Avanguardie e dai movimenti contemporanei. Dapprima pittore, poi scultore, inizia ad esporre fin dalla metà degli anni ’50 in mostre personali e collettive.
La volontà di conoscere più da vicino il mondo artistico e di affinare la tecnica pittorica e scultorea lo porta a frequentare nel 1969 a Parigi l’Academie de la Grande Chaumière, dove si applica nella pittura di modelli femminili, ma concentrando il suo studio soprattutto sulla scultura con il maestro Edmond Moirignot. Dalla visione dei suoi lavori dice Serena Morelli, curatrice di una recente retrospettiva sull’artista al cui allestimento ha collaborato anche UNCZA, non si può fare a meno di notare raffronti con le opere di grandi scultori quali Manzù, Murer, Martini, Messina, Casarini, Marini, Mascherini, Gorni.
Carnessali, come dice il suo grande amico Vittorio Cristelli “scolpisce in modo figurativo e narrativo, si esprime lavorando la superficie con contrasti non sottaciuti ma descritti. Le sue opere vivono e parlano in macchie e composizione, nelle quali le forme plastiche creano paesaggi visivi, universali, che respirano luce, esattamente come i colori. Per questo è frequente nelle sculture di Carnessali il bassorilievo e lo stiacciato in cui il discorso artistico si dipana in panorami più che in volumi”.
Le opere di Carnessali sono prevalentemente a sfondo religioso (da ricordare i maestosi portali di tante chiese e basiliche nel nord Italia e in Germania ed i preziosi tabernacoli) dove l’arte scultorea è soprattutto strumento per la comunicazione del verbo post-conciliare. Non manca però anche una corposa produzione di opere a sfondo laico, riscontrabile nei gruppi bronzei che adornano strade e piazze, dove il tema spesso ricorrente con forza è quello della pace opposta all’orrore della guerra.
Luciano Carnessali era un’artista schivo, contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, non amava parlare di sé, né tantomeno far parlare delle sue opere. Ma era un uomo profondo che sapeva cogliere la sostanza della nostra umanità e la sapeva sapientemente coniugare nell’espressività del suo linguaggio artistico, come nelle parole che rivolgeva ai suoi parrocchiani; parole semplici che solevano raggiungere il cuore della gente, sia che fossero dette dal pulpito, sia al bar durante una semplice partita a carte. Un uomo della montagna, artista e prete, ma anche alpinista, scalatore e cacciatore. Per la verità un cacciatore “romantico” al quale il carniere spesso difettava, ma al quale non mancavano mai la compagnia degli amici, le albe e i tramonti vissuti nella sua baita in montagna al cospetto dei camosci.
Tutta la sua umanità resterà comunque, a perenne memoria, nella sua ultima grande opera bronzea, quell’Edicola Sacra del Cacciatore, voluta in Val Ambiez dal gruppo culturale Ars Venandi, nell’anno internazionale della montagna, a ricordo di tutti i cacciatori scomparsi.
È la preghiera dei cacciatori rivolta al Creatore che in un grande abbraccio accoglie tutte le creature della montagna. Quella che vediamo sulla grande stele è un cacciatore inginocchiato, riverente e contemplativo al cospetto del risorto, con il fucile spezzato, assieme al capriolo, al camoscio, al gallo forcello e sullo sfondo le guglie delle montagne dolomitiche. Un Cristo che, nel concetto biblico del rapporto fra uomo e natura, consegna all’uomo questi doni perché li conservi e li usi con giudizio, ad un uomo “giardiniere del mondo”.
Ricordiamo Luciano Carnessali facendo nostre le parole di Mario Rigoni Stern, poi incise, alla sua morte, in una lastra di bronzo alla base della Sacra Edicola: “Porto con me il tuo ricordo in val d’Ambiez, in quel mattino limpido tra le montagne del Brenta. Amici che ti apprezzano e che ti stimano per quello che sei, un prete vero per la gente di montagna. Mi accompagnerà il tuo ricordo. A te prete degli umili sia luminosa l’eternità, per quello che ci hai saputo donare e per quello che ci hai insegnato con la tua operosa vita”.

S.F.

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